“Un appunto pensando al futuro del teatro”, di Roberto Cavosi

Il mondo della comunicazione è ormai diviso in decine di proposte diverse, di codici e linguaggi. In prospettiva è probabile che questi codici vadano aumentando sempre più fino forse al paradosso finale in cui ogni utente avrà un suo codice personale. Un esempio molto banale e grezzo è l’attuale possibilità di vedere una gara di Formula Uno scegliendo col proprio telecomando l’inquadratura o la macchina preferita. Ormai sappiamo che la tecnica ci permetterà questo ed altro ed i temi saranno sempre più specifici e quantizzati. Immagini sempre più dettagliate di una guerra, di una operazione, testimoniano però un bisogno estremo: quello di riuscire a cogliere la verità del nostro mondo, di trovare il senso profondo della nostra realtà contemporanea.

Allo stesso tempo assistiamo a fenomeni di massa il cui comune denominatore è la ricerca di una ritualità collettiva, o per lo meno di gruppo. Basti pensare alle discoteche, alle partite di calcio, ai raduni di settore.

Ma se nel primo caso è proprio la mancanza di ritualità collettiva che spesso svilisce la ricerca in un mero voyerismo nel secondo è la mancanza di profondi contenuti che rende il rito fine a se stesso.

Chi nei secoli è riuscito a coniugare queste due esigenze è proprio il teatro.

Io credo che un teatro che voglia rivolgersi al futuro debba tenere ben presente questi due bisogni ed adoperarsi affinché il nostro mondo possa essere ritualmente e poeticamente raccontato sul palcoscenico.

Tutta la cultura occidentale è nata dall’invocazione rituale  ad un dio: “Cantami o Diva…”, e si è collettivizzata in quell’insieme  straordinario di generi che era la Tragedia Greca, dove la realtà, l’attualità, entravano prepotentemente in scena catturando il pubblico in una magnifica “messa laica”. Il teatro probabilmente ha bisogno di essere riscritto per creare uno spettacolo completo che risponda al bisogno singolo di ricerca della verità ed a quello collettivo di ritualità.

Il nostro è un mondo violento e solo uno spettacolo che non deluda  queste aspettative può essere di reale utilità sociale. Lo scopo del teatro è di combattere la violenza, è nato per questo nell’antichità ed è risorto con lo stesso intento nel medioevo. Non credo che occorra più far teatro se non si pensa a questo.

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